L’attacco a tradimento, De bello Gallico (IV,12), Cesare

[1] Invece i nemici, non appena scorsero i nostri cavalieri, il cui numero era di cinquemila, mentre loro non avevano più di ottocento cavalieri, poiché quelli che erano andati al di là della Mosa per fare provvista di frumento ancora non erano rientrati, mentre i nostri non temevano nulla, poiché le loro ambascerie si erano allontanate da Cesare poco prima e (poiché) quel giorno era stato chiesto da questi per una tregua, organizzato un assalto velocemente scompigliarono i nostri. [2] Mentre questi resistevano, secondo la loro consueta strategia scesero dai cavalli e, trafitti da sotto i cavalli e caduti da cavallo molti dei nostri, misero gli altri in fuga e li fecero uscire così impauriti che essi non smisero di fuggire prima di giungere in vista del nostro esercito. [3] In questa battaglia dei nostri cavalieri ne furono uccisi settantaquattro, [4] tra questi il valorosissimo Pisone Aquitano, nato da una autorevolissima generazione, il cui nonno aveva esercitato la funzione di re nella sua tribù e aveva ricevuto dal senato il titolo di amico. [5] Costui, portando un aiuto al fratello bloccato dai nemici, lo tolse dal pericolo, e lo stesso Pisone gettato a terra dopo che il suo cavallo fu ferito, tenne testa ai nemici con straordinario valore finché poté; [6] essendo caduto poiché sopraffatto dalle numerose ferite ricevute ed essendosi accorto da lontano del fratello, che già si era allontanato dal campo di battaglia, dopo aver incitato il cavallo si oppose ai nemici e fu ucciso.