Dall’Ellenismo al Neoplatonismo – Domande&Risposte riepilogative

1. Delinea i principali caratteri dell’Ellenismo
Per ellenismo s’intende il periodo storico-culturale in cui la pòlis e il cittadino a essa appartenente subiscono un cambiamento radicale. La morte di Alessandro Magno, evento che segna l’inizio di tale situazione, ha fatto si che il suo impero fosse diviso. Si verifica, dunque, da questo momento una frammentarietà a catena. Si spezza l’impero di Alessandro Magno, le singole tre parti (la Macedonia, l’Egitto e l’Asia) e nascono altri stati minori, a Pergamo e a Rodi. L’Ellade cambia propriamente volto. Ora è costellata da monarchi, che con dispotismo assolutistico cercano di acquisire il potere. Il cittadino è il primo a risentirne e di conseguenza la polis. Il primo non si sente più tale, bensì si sente suddito di un sistema dispotico, in confronto al quale egli non ha molta importanza. Il cittadino, infatti, partecipa attivamente alla vita della polis poiché egli è parte integrante di essa, il suddito non fa altro che subire, vedendo oscurati i propri diritti. Ciò è aggravato da un processo di simbiosi con la cultura orientale che “universalizza” la società, rendendola partecipe (proprio come era accaduto al cittadino) di un sistema più grande.
Le conseguenze sono a questo punto piuttosto scontate. Si verifica una frattura tra individuo e collettività e di conseguenza la sua “estraniazione” dai temi della politica e della vita pubblica che lo avevano affascinato in precedenza.

Un altro carattere interessante riguarda la cultura dell’epoca che fin da subito s’intuisce essere a immagine e somiglianza della società. Il riferimento tipico è quello dell’intellettuale dell’epoca ripiegato su sé stesso, che riflette su temi etico-esistenziali e si dedica a discipline specifiche: è il classico caso degli alessandrini, con il Museo e la Biblioteca d’Alessandria d’Egitto, grande testimonianza della fioritura e del progresso delle discipline particolari, mobilitando, al contempo l’asse culturale che, fino a quel periodo, risiedeva in Grecia.

– La frattura scienza / filosofia
Quest’ultimo particolare raffigura un altro carattere importante dell’Ellenismo. Le discipline essendo considerate autonome e a sé stanti perdono il legame con la filosofia, la quale non ne è più alla base ma funge da semplice sfondo: un chiaro esempio sono le strutture logico-concettuali. Si perde in questo modo la visione d’insieme dell’uomo che aveva caratterizzato al società precedente.

– La frattura scienza / tecnica
Altra caratteristica del periodo è l’importanza che si riservava all’aspetto teorico della scienza, a scapito di quello pratico. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché, date le numerose conoscenze, non si è sviluppata una “società delle macchine” come quella del XVIII sec. La risposta sarebbe duplice. In primo luogo (sul piano socio-economico) perché vi era una grande attività servile; in secondo luogo (sul piano psicologico-sociale), altro carattere dell’ellenismo, perché lo studio era semplicemente volto a sé stesso, non all’utile.

– La separazione scienza / società
L’ultimo carattere che non può essere tralasciato è la frattura scienza – società. Semplicemente il dotto non si rivolge più al pubblico ma a una cerchia ristretta. La scienza si separa dalla società. L’esempio classico è quello della Biblioteca, immaginata come un tempio chiuso dall’interno.

2. Qual è la caratteristica principale della filosofia dell’Ellenismo?
Di fronte a tanto stato di cose e nonostante si verifichi una traslazione dell’asse culturale, Atene resta indubbiamente la roccaforte della filosofia. Una filosofia nuova, che, appunto, plasmata sotto le continue pressioni della vita dell’epoca. I campi di riflessione dei filosofi sono due:

– la ricerca di una visione unitaria e complessiva del mondo;
– filosofia come parola di saggezza e serenità capace di indirizzare la vita quotidiana.

Quest’ultimo punto è il più rilevante, perché rispecchia la caratteristica principale di questa nuova corrente. La filosofia deve fornire all’uomo una visione generale, che dinanzi alla frammentarietà (come si è visto nella risposta precedente, non solo politica) tipica dell’ambiente dell’epoca, ispiri serenità e sicurezza. Sorge spontaneo a questo punto pensare la filosofia come un farmaco in cui l’uomo è paziente, ma con quale patologia? La vita. La vita è un intossicazione per gli ellenisti, e la filosofia è indubbiamente la corretta terapia mentale ed esistenziale.

3. Definisci i punti principali dello stoicismo
L’etica stoicistica si basa sulla cosiddetta oikèiosis, secondo cui ogni uomo tende ad attuare e a conservare sé stesso mediante due forze: l’istinto, guida l’animale e cura la sua sopravvivenza e la ragione, intesa come accordo dell’uomo con la natura. Il fine dell’uomo è l’accordo con sé stesso e con la natura. Nota è la massima “Vivi secondo ragione, vivi secondo natura”, natura come ordine razionale, perfetto e necessario che è il destino o Dio stesso.

– Il dovere e il suicidio
Dunque l’azione conforme all’ordine razionale è il dovere ed è promosso dalla ragione. L’etica del dovere, è un nodo cruciale della filosofia stoicista: il dovere è ciò la cui scelta può essere razionalmente giustificata. Esso può essere retto, se perfetto e assoluto (tipico del sapiente) o intermedio, comune a tutti. L’istinto invece porta alle azioni doverose, se consigliato dalla ragione o a quelle contrarie al dovere, se accade il contrario.

Per il sapiente appare giustificato il suicidio, se le azione compiute, contrarie al dovere sono di più di quelle conformi, può decidere di abbandonare la propria vita.

– Il bene, la virtù, le cose indifferenti, valori e disvalori
Nel momento in cui l’azione consigliata dalla ragione, quindi il dovere, diviene costante nell’uomo essa diviene virtù. Tipica del sapiente. Non vi è via di mezzo tra la virtù e il vizio e di conseguenza non esiste uomo parzialmente giusto.

A ciò si lega la cosiddetta dottrina delle cose indifferenti. Dunque la virtù è solo bene, i beni sono la sapienza, la saggezza e i mali sono i loro contrari. Tuttavia vi sono delle cose che non sono né beni né mali, bensì sono indifferenti. Trattasi di vita, piacere, bellezza, salute, ricchezza e tutti i contrari. Di queste alcune sono da scegliere (vita, salute, e così via) altre sono da respingere (i loro contrari). Questi né beni, né mali che sono da scegliere vengono definiti valori, gli altri disvalori.

– L’emozione e l’apatia
Lo stoicismo nega totalmente il valore delle emozioni, perché:

– non hanno alcuna funzione per la conservazione e il bene degli esseri viventi;
– sono opinioni o giudizi dettati dalla leggerezza perciò fenomeni di stoltezza. (“giudicare di sapere ciò che non si sa”)

Tuttavia gli stoici distinguevano quattro emozioni fondamentali, quelle sui

Il sapiente doveva essere indifferente a ogni emozione, la cosiddetta condizione di apatia del sapiente.

– La legge naturale e il cosmopolitismo
L’ultima caratteristica dello stoicismo è il riconoscimento di una legge superiore a quelle riconosciute dai popoli. Una legge naturale per una comunità umana, chiara forma di cosmopolitismo.

4. Esponi i contenuti principali del “De Brevitate Vitae” e del “De vita beata” di Seneca.
De brevitate vitae
Lo scritto di Seneca, De brevitate vitae, è dedicato a Paolino, prefetto dell’annona; tratta della vita, che è apparentemente breve per chi non sa utilizzarla con saggezza.

Convinzione del filosofo che l’uomo, in generale, ha torto nel momento in cui si lamenta che la propria vita sia troppo breve, in realtà essa è molto lunga se si sa come viverla. Errore comune tra gli uomini è infatti quello di sprecarla, sciupandola in interessi privi di valore e superficiali. Questi sono i cosiddetti affaccendati, che si pongono agli antipodi del sapiente, l’unico che sa come usufruire in modo giusto e conveniente il proprio tempo. Seneca asserisce che questi interessi frivoli sono tutto ciò che non riguarda la verità e la saggezza. Gli affaccendati ripongono le proprie ambizioni su fattori che non dipendono dal loro in sé, bensì dalle altre persone (il pettegolezzo per esempio), questi, afferma il filosofo, non potranno mai godere della cosiddetta autarkeia, l’autosufficienza, ovvero la liberazione da ogni condizionamento che riguardi l’esteriorità, libertà che assicura indubbiamente la pace e la serenità.

È inoltre affrontato il tema di come viene suddiviso il tempo: presente, passato e futuro. Solo il passato costituisce un’assimilazione definita e immutabile. Il rapporto con il passato è però esclusiva del sapiente che rievoca le azioni virtuose che ha compiuto. Gli affaccendati, invece, come già detto sono sempre occupati in interessi inutili e insensati, perciò non hanno tempo di agire come il sapiente, facendo riaffiorare il passato, proprio perché se lo facessero si accorgerebbero di essersi terribilmente affannati per poi concludere nulla.

– De vita beata
Il De vita beata è, invece, dedicato al fratello Novato, che aveva assunto il nome di Gallione dal padre adottivo; la prima parte del dialogo ha come temi principali la felicità, la virtù e il piacere, argomenta a sostegno della dottrina stoica e si schiera contro quella epicurea che conciliava virtù e piacere, la seconda si configura come una sorta di risposta a coloro che lo accusavano di incoerenza fra ciò che sosteneva nei suoi scritti e il suo comportamento, che gli aveva procurato un immenso patrimonio.

Il problema dell’uomo è che non sa riconoscere quale sia la via giusta per vivere felici, così segue il gregge ma non sa che non vi è male peggiore dell’andar dietro alle chiacchiere della gente. È giusto scegliere non quello che è più scontato ma ciò che sia meglio, un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo. Felice è inoltre colui che grazie alla ragione si libera dei timori e delle passioni, non per questo i sassi e gli animali sono felici, perché manca loro la consapevolezza della felicità. Bestie che si equivalgono a quegli uomini che quel poco di ragione che utilizzano si ritorce loro contro. La vita beata si basa su giudizio retto e fermo. Il filosofo poi s’interroga su come sia possibile conciliare virtù e piacere, due realtà tanto diverse. La prima immutabile, regale, invincibile, la seconda servile, pallida, imbellettata. Il sommo bene è immortale, non da sazietà né rimorso, al contrario il piacere si esaurisce sul più bello, è destinato a finire nell’attimo in cui si consuma.

5. Che cos’è per Epicuro il quadrifarmaco?
Nel clima ellenistico, in cui la filosofia è concepita essenzialmente come terapia mentale ed esistenziale in cui l’uomo è il paziente della “malattia di vivere”, Epicuro non fa altro che consolidare questa teoria formulando la propria dottrina del quadrifarmaco. Secondo il filosofo, la filosofica è l’unica via per raggiungere la felicità, intesa come liberazione dalle passioni: essa non è altro che un quadrifarmaco, un farmaco che ha quattro effetti sull’uomo, affinché egli si liberi da ogni desiderio irrequieto e molesto, dalle opinioni vane e irragionevoli che ne derivano raggiungendo la felicità. Dunque la filosofia:

  1. Libera gli uomini dal timore degli dei, asserendo che essi hanno una propria vita, beata, non sulla terra; dunque non si possono preoccupare degli esseri umani;
  2. Libera gli uomini dal timore della morte, dimostrando l’irrazionalità di aver paura di un momento in cui l’individuo non ci sarà: “se c’è la morte, noi non ci siamo, se non c’è la morte, noi ci siamo” (fattore naturale)
  3. Dimostra che il piacere è facilmente raggiungibile (come condizione a lungo termine)
  4. Dimostra la lontananza del limite del male, cioè la brevità e la provvisorietà del dolore.

6. Sintetizza i contenuti dell’etica epicurea
Per quanto riguarda l’etica, Epicuro, afferma che la felicità consiste nel piacere: “Il piacere è il principio e il fine della vita beata” (Diogene Laerzio, X, 149). Vi sono però due tipi di piacere: quello stabile, inteso come privazione del dolore e quello in movimento, che consiste nella gioia e nella letizia. La felicità vera e propria consiste solo nella prima tipologia di piacere, quindi nel “non soffrire e non agitarsi”. Si definisce quindi atarassia, l’assenza di turbamento e l’aponia, l’assenza di dolore. “Il culmine del piacere è pura semplice distruzione del dolore”.

Questo carattere negativo del piacere stabilisce la scelta e la limitazione dei bisogni. La cosiddetta teoria dei bisogni epicurea asserisce che vi sono due tipi di bisogni: quelli naturali e quelli vani (il lusso). Dei bisogni naturali alcuni sono necessari (il mangiare), altri no (il mangiare troppo). Dunque solo i desideri naturali e necessari vanno appagati: da ciò deriva il calcolo e la misura dei piaceri. La rinuncia ai piaceri che provocano un dolore maggiore, sopportazione dei dolori da cui deriva un piacere maggiore.

7. Come può essere definito in generale il movimento filosofico del neoplatonismo?
Per Neoplatonismo s’intende quella particolare interpretazione del pensiero di Platone che ne venne data in età ellenistica, riassumendo in sé diversi altri elementi della filosofia greca, e diventando la principale scuola filosofica antica a partire dal III secolo. Trattasi dell’ultima manifestazione del platonismo nel mondo antico.

8. Che cosa significa emanazionismo?
Per emanazionismo (dal latino e-manare, “scorrere fuori da” e quindi, per estensione, “trarre origine da”), è una dottrina filosofica che asserisce l’origine delle cose e degli esseri da un principio originario da cui tutto si irradia e di cui tutti partecipano. Tale principio trascendente si oppone sia al creazionismo (in cui l’universo è “creato” da una divinità senziente ben distinta dalla sua creazione) sia al materialismo (che rifiuta ogni forma di trascendenza dietro la sostanza della realtà).

La filosofia plotiniana vuole che la molteplicità delle cose implichi necessariamente l’unità. Di grado in grado, si può giungere a un’unità assoluta, universale, il cosiddetto “Uno”. Se la radice dell’essere è l’unità, la radice del mondo è l’Uno.

In quanto unità assoluta, l’Uno deve essere necessariamente “diverso”, dall’essere che da esso scaturisce. (“Primo di tutte le cose che sono, esso non può “essere” allo stesso modo delle cose che sono ”). L’Uno è infinito, inteso come “illimitatezza della potenza”, è privo di forma e figura, dunque è sito al di là della sostanza, è fuori da ogni determinazione quantitativa e qualitativa, non può essere definito mediante attributi finiti. Esso è inesauribile, esso consiste, in sintesi, in ciò che non è.

Per comprendere bene il termine “emanazionismo” (o irradiazione) è necessario porsi due domande:

  1. Perché dall’Uno derivano i molti?
  2. Come avviene tale derivazione?

In risposta alla prima si può dire che, questa derivazione non è intenzionalmente voluta. L’Uno nella sua perfezione basta a sé stesso, è autosufficiente, esso però “trabocca” di essere. La sovrabbondanza d’essere, è un espediente con cui Plotino giustifica il mondo, la molteplicità. Essi non sono una realtà intenzionale, ma un prodotto che scaturisce inesorabilmente dall’essere ridondante dell’Uno.

In risposta alla seconda domanda si ricorre al cosiddetto emanazionismo o irradiazione. Una delle metafore più note è il sole, che al contempo irradia la propria luce ed emana calore, allo stesso modo dall’Uno derivano necessariamente molti attraverso una serie di gradi d’essere sempre meno perfetti man a mano che ci si allontana dal principio iniziale. Il processo è puramente però ideale, non cronologico. Il calore procede dal fuoco ma non è posteriore ad esso, l’emanazione è un processo eterno.

L’emanazionismo, dunque, è originale rispetto alle filosofie precedenti, esso è in contrasto con:

Il dualismo (Platone e Aristotele), Dio come causa ordinante, da forma al mondo che già esiste di per sé. Per Plotino il mondo esiste solo perché effetto, di una processione divina.
Il creazionismo (cristiano) mondo creato per un atto d’amore da parte di Dio. Per Plotino il mondo è conseguenza necessaria e inesorabile sovrabbondanza d’essere
Il panteismo (stoico) Dio è dentro il mondo. Per Plotino, Dio esiste al di sopra del modo e in modo non-corporeo.

9. Che cosa sono le ipòstasi?
Le ipostasi sono i diversi gradi attraverso cui avviene il processo di emanazione plotiniano. Sono realtà sostanziali per sé sussistenti. I diversi grandi contigui sono legati da rapporti di, appunto, emanazione, e viceversa “contemplazione”. Quest’ultima rappresenta l’esplicazione a un livello ontologico inferiore di qualche caratteristica o potenza del grado superiore.

10. Quali sono le principali ipòstasi secondo Plotino?
Le principali ipostasi secondo Plotino sono tre. La prima è ovviamente l’Uno, realtà che “è in potenza le cose che da lui si irraggiano”. Il secondo grado, o ipostasi è l’Intelletto, che contempla l’Uno e pensa tutti gli infiniti pensieri pensabili: le idee platoniche. Dunque se l’Uno è potenza di tutte le cose, l’Intelletto è l’esplicazione, in un cosmo ideale, di tutte le forme dell’essere. Vi è poi l’Anima, la cui parte superiore guarda l’Intelletto (da cui riceve la “luce” essenze archetipe) e quella inferiore guarda ciò che è dopo di lei e lo ordina in base alle idee. Essa rappresenta la realizzazione, al livello corporeo del mondo delle idee, ordina e vivifica la materia.

Uno, intelletto, e Anima universale costituiscono il mondo intellegibile. Il mondo corporeo che deriva dall’anima è la materia, concepita negativamente. Essa è oscurità, intesa come non-essere, male; non però intesa come l’opposto dell’essere o del bene, ma la loro privazione.

Le anime singole non sono altro che riflessi o immagini di quella universale, che, come già detto vivifica la materia, produce l’unità e la simpatia di tutte le cose, giacché queste si richiamano l’un l’altra come membra di uno stesso animale. In questi termini, il mondo, secondo Plotino ha un ordine e una bellezza perfetti. Inoltre l’anima, distribuendosi nella materia, determina la temporalità, ovvero la successione del prima e del poi.

11. Come avviene il ritorno all’Uno?
La derivazione dall’Uno ai molti e il ritorno dai molti all’Uno sono i due semicerchi che, uniti, formano il cosiddetto circolo cosmico. L’uomo è il punto nodale del Tutto, egli come pellegrino tormentato ha desiderio di ritornare alla “casa del Padre”, coincidente con la condizione che vede l’anima prima della sua “caduta” nei “lacci” del corpo. Tale caduta, come si è visto, è giustificata dall’emanazione ma risulta aggravata da una duplice colpa dell’anima, la quale in primo luogo vuole legarsi alla materialità corporea e in secondo luogo finisce per trascurare sé stessa prendendosi troppo cura del corpo.

Il ritorno all’uno è in qualche modo incentivato da una forma di “nostalgia”, intesa spesso come una sorta di esilio che vede nell’Odissea la sua rappresentazione allegorica. Tale ritorno segue un preciso itinerario, secondo Plotino:

  1. Liberazione, tramite le “virtù civili”, della dipendenza dal corpo.

Intelligenza (aiuta l’anima a operare da sola, senza l’aiuto dei sensi);
Temperanza (si libera dalle passioni);
Coraggio (non teme a separarsi dal corpo);
Giustizia (fa sì che comandino ragione e intelletto).

  1. Arte, Amore e Filosofia, le vere e proprie vie del “ritorno”

Arte, contemplazione della bellezza, splendore intellegibile nel sensibile.
Amore, verso la bellezza incorporea
Filosofia, procedere verso l’Uno, in sé: fonte della bellezza

3. Estasi. Non si può raggiungere Dio con l’Intelletto, poiché questo implica il dualismo tra oggetto pensato e soggetto pensante. Dunque si può giungere a Dio solo attraverso l’estasi, un amoroso contatto e una sovrarazionale immedesimazione con l’Ineffabile, ottenuta mediante un “uscita di sé” e dai limiti del finito. Evento eccezionale nella vita dell’uomo.

FONTI:
Itinerari di Filosofia, 1B (Abbagnano-Fornero, Mondadori, 2002)
– Wikipedia.org