Canto VI – Il tema politico-profetico nel canto VI

Il canto VI dell’Inferno è noto per la presenza peculiare del tema politico riguardante la città di Firenze. Un tema politico che però non compare come distaccato, autonomo, metaforico o come riflessione del Dante auctor ma che si presenta in veste di un personaggio sconosciuto, il cui fine ultimo potrebbe avere delle affinità con questa innovazione tematica.

Il personaggio in questione, che Dante non riconosce per la durata di tutto il canto, dice di chiamarsi Ciacco e di aver conosciuto Dante nella vita serena. Non si dispone, purtroppo, di fonti sufficienti per attestare con chiarezza e autenticità chi fosse in realtà questo personaggio, e in questo la critica si è molto dibattuta. Da chi afferma che Ciacco sia solo un soprannome (Francesco Buti) rivolto verso un gruppo sociale più vasto a chi lo rende addirittura protagonista di una novella del Decameron. Egli peccava comunque di gola. Sta di fatto che le sue parole, istigate da un Dante curioso, si rivelano essere politicamente profetiche. Il registro, le parole, la cadenza dell’interloquire di Ciacco non hanno nulla da invidiare al tono di Virgilio nel I canto, latore della profezia del veltro. L’atmosfera si rende immediatamente inquieta, tant’è vero che Dante definisce il suo parlare lagrimabile, ovvero degno di lacrime.

Si può, dunque, procedere a rivedere brevemente le richieste di Dante e le risposte del dannato. L’Alighieri agens, quasi fosse già consapevole che le risposte dell’interlocutore sarebbero state di tipo profetico, pone tre domande: come sarebbero finite le controversie politiche cui stava soccombendo la città di Firenze, se vi fosse qualche giusto e il motivo di tanto lottare.

Alla prima domanda Ciacco risponde che, dopo dei conflitti sanguinosi, la fazione bianca, guelfa, respingerà in un primo momento quella nera, per poi essere sconfitta da quest’ultima, tre anni dopo, grazie all’aiuto di colui che testé piaggia, colui che dimostrandosi imparziale, sa comunque destreggiarsi tra le due fazioni. La critica, al riguardo, non è molto divisa; si propende ad attribuire quest’appellativo a Bonifacio VIII.

Alla seconda domanda Ciacco risponde in modo laconico, che i giusti erano solamente due e che non venivano ascoltati perché forze più potenti con la superbia, l’invidia e l’avarizia ottenebrano i cuori; da qui la risposta alla terza domanda di Dante, riguardo i motivi dei tanti conflitti.

Concludendo, l’introduzione del tema politico rende, dunque, il canto di un’importanza particolare avvalorata dal mutamento graduale dell’atmosfera e del registro a sfumatura piuttosto profetica.