Canto X – Filosofia epicurea e Medioevo

 

Epicuro è stato spesso definito ateo. Da un certo punto di vista, senz’altro, non è una definizione scorretta, ma tuttavia può essere fraintesa. Vi sono infatti due diverse forme di ateismo: una, più radicale, secondo la quale Dio non esiste proprio, e la stessa parola “ateismo” sembra dar ragione ad essa, in quanto in greco theòs significa divinità, ma con l’ alfa privativa davanti diventa “senza dio”. Tuttavia vi è anche una forma di ateismo più sfumata e meno radicale, nella quale si identifica appunto Epicuro: la divinità esiste, dice Epicuro, e a dimostrarlo è il cosiddetto “consensus omnium“: se tutti gli uomini sono convinti che essa esista, allora perché mai non dovrebbe? Ma non è la sola dimostrazione di cui egli si serve: arriva infatti a dire che gli uomini hanno spesso apparizioni di divinità nei loro sogni e di conseguenza se non esistessero, come farebbero ad apparire nei sogni? Epicuro è convinto che gli dei esistano; ma allora non è ateo? L’ ateismo epicureo, che abbiamo detto essere in un certo senso “sfumato” e meno radicale, consiste nell’ affermare che gli dei esistano, ma che non possano o non vogliano intervenire nel mondo umano; un’ argomentazione epicurea a favore dell’impossibilità divina di intervenire nelle vicende umane è quella riguardante il male nel mondo: se gli dei si occupassero davvero del mondo, potrebbe forse esistere il male? Senz’altro no, e visto che però il male è presente nel mondo, Epicuro ne fa derivare l’ impossibilità degli dei di intervenire nel nostro mondo: a rigore è meglio riconoscere che gli dei non si occupano del mondo e delle vicende umane piuttosto che arrivare a disprezzarli; se infatti gli dei potessero intervenire nel nostro mondo, perché mai non dovrebbero eliminare il male? Le risposte possibili hanno la forma di una disgiunzione completa: o perché non possono o perché non vogliono o perché né possono nè vogliono. Ma se non possono gli dei allora sono impotenti; se non vogliono, invece, sono invidiosi degli uomini, e ciò equivale a dire che esse non sono divinità buone. Ma impotenza e invidia sono caratteristiche incompatibili con la nozione di divinità: Epicuro arriva quindi a dire che gli dei sono totalmente indifferenti all’ uomo.

Epicuro riesce così a convincere gli uomini che non bisogna avere timore del divino e ancora una volta la sua filosofia può essere paragonata alla quiete del mare dopo la tempesta, in greco “galenismòs“. Chiaramente Epicuro non crede in una vita dopo la morte, in quanto la nostra anima, come ogni altra realtà, è un composto di atomi destinato a deteriorarsi. Senz’ altro, per via del suo ateismo “sfumato”, Epicuro fu uno dei filosofi più censurati dalla Chiesa, sebbene già nella Roma pagana avesse incontrato parecchie ostilità: Cicerone stesso era un accanito nemico degli epicurei, ma non tanto per motivazioni religiose, quanto piuttosto politiche: caratteristica dell’ epicureismo era infatti l’ apoliticità, cosa che andava contro agli ideali di Cicerone. Soprattutto nel Medioevo Epicuro sarà visto come il nemico numero uno della Chiesa, che vedeva in lui un rivale insidiosissimo. Solo Clemente Alessandrino, pur essendo cristiano, lo apprezzerà e dirà che lui e gli stessi atei pagani, se non avevano conosciuto la verità, avevano almeno sospettato l’ errore che circonda gli dei del paganesimo e, in tal modo, avevano posto un germe, anche se soltanto negativo, che poteva condurre alla verità.

Dante Alighieri stesso, che viene a conoscenza delle dottrine di Epicuro attraverso gli scritti filosofici di Cicerone, condanna gli epicurei collocandoli “tra l’ anime più nere” e definendoli coloro “che l’ anima col corpo morta fanno. Quella dell’ immortalità dell’ anima è una delle tematiche fondamentali del cristianesimo ed è quindi evidente che Dante Alighieri, da buon cristiano, sia indignato di fronte agli epicurei e alla loro convinzione sulla mortalità dell’anima, che egli nel Convivio definisce “intra tutte le bestialitadi … stoltissima, vilissima e dannosissima”. Per tutto il cristianesimo Epicuro sarà famoso proprio per aver negato la mortalità dell’ anima, ancora più che per quanto detto sulla divinità e sarà infatti conosciuto come il filosofo “negante la etternità delle anime“, come afferma Boccaccio nel Decameron. Epicuro, dal momento che visse prima della rivelazione, non può essere detto propriamente eretico ma Dante non esita a citarlo come primo assertore di un’opinione rimasta viva ed operante anche in seno alla civiltà cristiana.

Va però ricordato che il cristianesimo, così indignato nei confronti di Epicuro e della sua convinzione dell’ immortalità dell’ anima, nei primi tempi in cui esisteva non prometteva affatto l’ immortalità dell’ anima, ma solo la resurrezione dei corpi; i cristiani erano convinti che la resurrezione del corpo avvenisse in breve tempo, e non a caso il cimitero era il luogo del sonno, come suggerisce l’ etimologia della parola: solo che notarono che il tempo della resurrezione corporale non arrivava mai e si vedevano costretti a rimandarlo in continuazione: arrivarono così ad attingere dalle dottrine di Platone presenti soprattutto nel Fedone, nelle quali veniva razionalmente dimostrata l’ immortalità dell’ anima: così pure per i cristiani l’ anima divenne immortale. Pare quindi che Epicuro abbia la meglio sul cristianesimo perché almeno rimane costante nelle sue convinzioni, senza apportare modifiche così radicali come quelle dei cristiani. L’ epicureismo verrà poi di nuovo apprezzato nel Rinascimento, in particolare da Lorenzo Valla, che però più che dalla teologia, sarà attratto dall’ edonismo epicureo e scriverà anche un trattato a riguardo, intitolato “De voluptate ac de vero bono“, formato da tre libri.