Analisi del capitolo 23 de I promessi Sposi

Sintesi

L’innominato viene a sapere che l’agitazione gioiosa che anima la valle è dovuta alla visita del cardinale Federigo Borromeo, proveniente da Milano. Decide di andare a parlare con lui, con la confusa speranza di trovare sollievo all’insopportabile tormento interiore. Da solo, fra lo stupore e il timore di tutti, si reca al paese e chiede di essere ricevuto dal cardinale.

A questo punto, si inserisce la biografia di Federigo Borromeo, ecclesiastico ai massimi vertici della gerarchia ecumenica. Di lui si traccia il ritratto spirituale e si seguono le principali tappe di una vita dedicata con fervore e umiltà al servizio dei più poveri e bisognosi. Tra i suoi meriti, il narratore segnala anche la lungimiranza culturale con la fondazione della Biblioteca Ambrosiana, vero centro di sapere contrapposto alle aride accademie del secolo.

Il cardinale riceve con amorosa premura l’innominato. Nel cuore del brigante lottano per l’ultima volta l’orgoglio e il bisogno di nuove verità. Quindi, dopo un lungo silenzio, l’uomo dà sfogo ai tormenti del proprio cuore.

Guidato dalle emozionate e caritatevoli parole di Federigo, l’innominato scopre in sé il richiamo della fede, e così si compie la sua miracolosa conversione, sancita da un abbraccio commosso fra i due grandi personaggi.

Per dare un segno della conversione, viene subito organizzata la liberazione di Lucia. Rientra così in scena don Abbondio, presente fra gli altri preti alla visita del cardinale: convocato da Federigo, viene invitato a recarsi al castello per consolare la giovane in un momento di tanta sofferenza. Intanto, viene mandato un messaggero ad avvertire Agnese degli avvenimenti e per farla venire immediatamente.

Il gruppo si avvia al castello: oltre all’innominato e a don Abbondio, ci sono anche una donna del paese e un lettighiere. Durante tutto il tragitto, don Abbondio è tormentato dalla paura dell’innominato e formula pensieri di ripicca e maledizione nei confronti di tutte le persone che turbano la sua vita tranquilla.

Analisi del testo

Questo capitolo costituisce il terzo atto della macrosequenza dell’innominato: interviene nella vicenda il cardinale Federigo Borromeo e si compie la miracolosa conversione dell’efferato criminale. Si tratta di capitoli decisivi per la trama del romanzo: la situazione più drammatica per il destino dei promessi sposi si trasforma in un’occasione straordinaria di positiva soluzione. Alla conversione dell’innominato è infatti subito conseguente la liberazione di Lucia.

Entra in scena con ruolo da protagonista la figura “santa” del cardinale Federigo Borromeo: insieme a padre Cristoforo, egli costituisce l’esempio più elevato di virtù cristiana presente nel romanzo. A lui, personaggio storico che opera ai massimi livelli di potere ma in costante rapporto ideale e materiale con il popolo, Manzoni affida la testimonianza di una religiosità ispirata dai valori dell’umiltà, della povertà, della carità e dell’intelligenza culturale e umana.

L’incontro fra il cardinale Federigo e l’innominato è una delle scene memorabili e sublimi del romanzo: la dignità e la nobiltà dei due personaggi, prima contrapposti e poi uniti mediante un sincero abbraccio, esaltano il valore spirituale, morale e psicologico del miracolo che sta avvenendo, quello della conversione. La loro alta personalità esprime in modo più chiaro e commovente il significato della vittoria del bene sul male: Dio interviene direttamente nella storia individuale di ogni uomo per riscattarlo con la sua grazia dal male, e l’esempio di questi personaggi illustri ne dichiara la gloria e la forza di consolazione. Accanto e a contrasto con le due nobili figure ricompare don Abbondio. Egli si fa subito portavoce di una filosofia negativa, che contrappone ai più alti valori spirituali della fede una visione meschina della vita, concentrata su angusti interessi personali, incapace di cercare e vedere nella realtà i principi più profondi quali la carità, la solidarietà, la grazia religiosa.

Come nei contenuti, così nelle strutture espressive si riflettono le due anime del brano:

  • nel colloquio fra i due personaggi principali ritroviamo quelle parole della fede che fin qui erano appartenute solo all’oratoria di fra Cristoforo. I sentimenti e le convinzioni che animano Federigo e l’innominato ricorrono al lessico religioso non sul piano retorico, ma su quello della verità dell’emozione spirituale: per questo troveranno sfogo ed espressione in frequenti esclamazioni;
  • nel lungo monologo interiore di don Abbondio, prima nella stanza della parrocchia e poi durante la salita al castello dell’innominato, la sua mentalità chiusa si esprime nella continua ripetizione di principi negativi, nell’uso di domande retoriche, e nel vivace ricorso a espressioni popolari e immagini quotidiane.